Joel Mokyr, Guido Tabellini, Avner Greif,
Due strade verso la prosperità
Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina
Milano, Egea Bocconi University Press, 2026, pp. 648, euro 39,90
03.03.26 – Perché l’Europa ha generato la Rivoluzione industriale per poi imporsi nel ‘900 mentre la Cina – per secoli più avanzata – ha seguito una traiettoria diversa? Mille anni fa l’Europa era povera, frammentata e arretrata. La Cina, al contrario, era una civiltà ricca, popolosa e tecnologicamente avanzata. Eppure, nel corso del secondo millennio, le sorti delle due aree si sono completamente ribaltate: l’Europa è diventata la culla della democrazia, dello Stato di diritto e della Rivoluzione industriale, mentre la Cina ha conosciuto una lunga fase di stagnazione ed è rimasta governata da regimi autocratici fino alla fine del Novecento. Oggi, in un contesto globale in cui la Cina è tornata a essere un attore centrale e il rapporto con l’Occidente è segnato da competizione, interdipendenza e incertezza sugli equilibri futuri, comprendere le radici profonde della Grande divergenza diventa essenziale. Il libro affronta un grande enigma della storia economica e ne ricostruisce le origini di lungo periodo grazie all’analisi di tre studiosi internazionali.
Il punto di partenza è semplice quanto radicale: le istituzioni politiche e lo sviluppo economico non nascono nel vuoto, ma affondano le loro radici nelle forme di cooperazione sociale che le società hanno costruito quando lo Stato era debole o assente. Nel mondo premoderno, beni pubblici fondamentali come la protezione individuale, la risoluzione dei conflitti, l’istruzione, la condivisione del rischio e i servizi religiosi non erano garantiti da apparati statali centrali. In Europa e in Cina queste funzioni venivano svolte da organizzazioni sociali non statali. Ma la natura di tali organizzazioni era profondamente diversa, perché diversa era la cultura che le sosteneva.
In Cina, influenzata dal neoconfucianesimo e dal culto degli antenati, la cooperazione locale si è fondata prevalentemente su organizzazioni basate sulla parentela, in primo luogo i clan: strutture polivalenti, chiuse e gerarchiche, capaci di fornire una vasta gamma di servizi ai propri membri. In Europa, dove i legami di parentela erano più deboli e la cultura cristiana favoriva valori universalistici, si è affermato un modello opposto: quello delle corporazioni, associazioni di individui non imparentati che si univano per uno scopo specifico – università, gilde (associazioni storiche di artigiani o mercanti, nate nel Medioevo per mutua assistenza e difesa, evolute in corporazioni di mestiere), confraternite, monasteri, città autonome.
Clan e corporazioni svolgevano funzioni simili, ma erano costruiti su principi opposti. Le corporazioni europee erano aperte agli estranei, scalabili, fondate su regole formali e meccanismi di governance condivisi, con la possibilità di uscita e con appartenenze multiple. I clan cinesi, al contrario, rafforzavano una cooperazione intensa ma ristretta, fondata su legami di sangue, lealtà gerarchica e obblighi morali asimmetrici. Secondo gli autori, questa differenza ha prodotto effetti cumulativi nel tempo.
In Europa, le corporazioni hanno influenzato in profondità l’evoluzione del diritto e delle istituzioni politiche. Le loro regole di governo sono state progressivamente trapiantate negli apparati statali emergenti, contribuendo alla nascita di sistemi giuridici impersonali, alla rappresentanza politica e alla tutela dei diritti di proprietà. Inoltre, le corporazioni sono state il cuore dell’accumulazione del sapere e dell’innovazione scientifica che ha reso possibile la Rivoluzione industriale.
In Cina, invece, l’organizzazione dinastica della società ha facilitato il consolidamento di uno Stato centrale forte e meritocratico, ma ha anche limitato la cooperazione tra estranei, ostacolato la formazione di contropoteri organizzati e reso più difficile l’emergere di innovazioni dirompenti. Il risultato è stato un modello istituzionale stabile, ma poco permeabile al cambiamento, che ha progressivamente perso slancio economico e tecnologico.
Il libro estende l’analisi fino all’età contemporanea. Nonostante i tentativi di rottura radicale del passato, come quelli promossi da Mao, molte caratteristiche della Cina di oggi – dalle reti sociali basate sulla parentela al funzionamento della burocrazia statale – riflettono ancora tradizioni profonde. La crescita economica cinese degli ultimi decenni viene così interpretata come una convergenza parziale, costruita su fondamenta storiche di lungo periodo. “Due strade verso la prosperità” non è solo un libro di storia economica. È una riflessione su come la cultura, le forme di cooperazione e le organizzazioni sociali plasmino lo sviluppo, le istituzioni e la libertà. Un’opera di ampio respiro sullo sviluppo economico, sociale e istituzionale di lungo periodo, capace di parlare tanto agli studiosi quanto ai policy maker e ai lettori interessati a comprendere le radici profonde del mondo in cui viviamo.
«La nostra prospettiva – scrivono gli autori – non solo contribuisce a spiegare la Grande Divergenza tra Europa e Cina, ma getta luce più in generale anche sul modo in cui l’evoluzione delle istituzioni e il processo di sviluppo economico siano forgiati dalla cultura e dall’organizzazione interna della società. I diversi assetti sociali di Cina ed Europa hanno influenzato anche lo sviluppo economico, e ciò è avvenuto in vari modi. La ragione per cui l’Europa superò la Cina nel XVIII e XIX secolo è che la Rivoluzione industriale ebbe luogo in Europa e non in Cina. Ovviamente ciò non fu dovuto al caso, e le organizzazioni sociali contribuiscono a spiegare il fenomeno». (Red.)
Gli autori. Joel Mokyr, docente alla Northwestern University e premio Nobel per l’Economia 2025; Guido Tabellini, docente dell’Università Bocconi e tra i più influenti economisti nel campo dell’economia politica; Avner Greif (Stanford University) tra i massimi esperti di istituzioni e organizzazioni economiche. Insieme, gli autori ripercorrono le “due strade” di Europa e Cina da una prospettiva inedita. (Red.)
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